Social media e sollevazioni popolari: uno sguardo d’insieme
Pubblicato da El_Pinta il 03/12/2011 · 8 commenti

di Flavio Pintarelli
Nel raccontare le sollevazioni che hanno infiammato e tutt’ora infiammano la sponda meridionale del Mediterraneo, i media hanno evidenziato l’importanza che il web 2.0 ed i social networks hanno avuto nel favorire la diffusione delle informazioni ed il ruolo cruciale della rete nel coordinare ed organizzare le azioni di protesta. Alcuni commentatori si sono spinti a parlare di Twitter Revolution o di Facebook Revolution. Non è la prima volta che i social media si guadagnano l’attenzione dei media tradizionali in occasione di proteste o sollevazioni popolari. Era già accaduto nel 2009 per le proteste contro il Partito Comunista in Moldova e contro i presunti brogli in Iran. In tutti questi casi si era già parlato di social media Revolutions.
Si tratta di un’occasione propizia per riflettere sul ruolo che i social media hanno attualmente nelle pratiche di attivismo. In un articolo pubblicato sul New Yorker, esplicitamente intitolato Small Change. Why the revolution will not be tweeted, Malcolm Gladwell esprime una serie di riserve sulla capacità dei social media di favorire forme incisive di attivismo politico e sociale.
Pur condividendone l’idea di base, e cioè che i social media da soli non bastino a fare una rivoluzione – cioè a modificare la realtà e l’esistente – l’argomentazione di Gladwell appare inconsistente sotto molti punti di vista. In particolare perché sembra ignorare le specificità proprie non solo dei social media, ma dei media in generale. Secondo Gladwell, infatti, Twitter, Facebook e gli altri strumenti sociali non creerebbero quei legami forti che sono alla base di qualsiasi forma di attivismo in grado di incidere efficacemente sul reale.
Il giornalista sembra non tenere in considerazione il fatto che quasi ogni media crea legami deboli del tutto simili a quelli che egli imputa ai vari social networks. Così fanno la scrittura, la stampa a caratteri mobili e la radio. Tuttavia minimizzare il ruolo che la diffusione della stampa a caratteri mobili ha avuto durante le Guerre Contadine del XVI secolo o quello della radio nel creare il sentimento di appartenenza alla massa durante il Nazismo sarebbe del tutto fuori luogo. Nel bene e nel male anche queste erano forme di attivismo.
Marshall McLuhan ha mostrato ampiamente che l’introduzione di un nuovo medium ridefinisce: a) la fisionomia della cultura in cui viene introdotto; b) i rapporti con gli altri media1. In questo senso pensare che i social media non abbiano avuto un ruolo di rilievo nelle recenti sollevazioni nordafricane non è semplicemente ingenuo, ma è del tutto miope.
Un altro punto di vista assai diffuso che tende a sottostimare il ruolo che i new media hanno giocato nelle mobilitazioni di questi mesi consiste nel mettere in dubbio la reale capacità di accedere alla rete nei paesi del Maghreb. È un dubbio legittimo, ma che imposta il ragionamento legandolo alla concezione occidentale e stabile della connettività e non tiene in conto la straordinaria diffusione nel continente africano della telefonia e delle tecnologie di connettività mobile.
Di questo e di tutta una serie di altri fattori bisogna tenere conto quando si tenta di dare una lettura del ruolo che la tecnologia ha svolto negli eventi che hanno infiammato il Nordafrica negli ultimi mesi, senza dimenticare di sottolineare le differenze che caratterizzano l’esperienza rivoluzionaria di ogni paese.
Dunque è necessario cominciare a chiedersi qual’è stato il ruolo e che peso hanno avuto i social media rispetto alla situazione che si è venuta a creare nel Maghreb in questi mesi. Ma soprattutto è necessario domandarsi quali pratiche e quali soggetti politici si sono affacciati sulla scena attraverso di essi.
Innanzitutto i new media hanno favorito una circolazione ampia e rapida della informazioni che ha contribuito a bypassare i media tradizionali (giornali e televisioni) saldamente nelle mani de Potere, permettendo di tenere costantemente aggiornati sugli eventi tanto la popolazione coinvolta nei movimenti insurrezionali, quanto il resto del mondo. Si è trattato di un fattore fondamentale: sia perché il flusso continuo di informazioni che si moltiplicava viralmente nella rete ha contribuito a rompere l’isolamento a cui gli insorti sarebbero stati condannati se non avessero potuto comunicare liberamente, sia perché in questo modo si è potuta costruire una narrazione comune fatta di immagini e suoni che fatto piazza pulita tanto delle contronarrazioni del Potere (gli insorti dipinti come terroristi, drogati, masse sobillate da fantomatici burattinai stranieri) quanto della narrazione occidentale che aveva, fin da prima dell’11 settembre, dipinto la società civile araba con le tinte care all’ideologia dello Scontro di Civiltà.
In secondo luogo, a partire da questa narrazione è stato possibile individuare l’emergere sulla scena di un nuovo soggetto politico (una nuova classe?). Quel “precario moltitudine” che è, oggi, il soggetto di tutte le lotte sociali che, in diverse parti del mondo (dall’Egitto al Wisconsin, come ricordava Valerio Evangelisti), si oppongono al neoliberismo.
Infine, nell’ambito di un capitalismo che sempre più – soprattutto in Occidente – si sta mutando in semio-capitalismo o info-capitalismo capace di mettere in produzione anche la socialità della vita umana, il fatto che i social networksdiventino un terreno di scontro sociale e politico non fa che confermare come siano sempre i luoghi della produzione quelli in cui si sviluppa la conflittualità e la coscienza di classe.
1Marshall McLuhan, Understanding media, pag. 63 “Ciò che voglio dire è che i media, in quanto estensioni dei nostri sensi, quando agiscono l’uno sull’altro, istituiscono nuovi rapporti, non soltanto tra i nostri sensi ma tra di loro”
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è interessante osservare come un social network possa essere tanto un’occasione per fare successo, per trovarsi, quanto per perdersi.
Alienante non è dunque l’oggetto in sè, ma la funzione che affidiamo a quell’oggetto.
Interessamte post il tuo
Spero avrai tempo di ricambiare la visita su Vongole & Merluzzi dove parliamo dei social network raccontando una storia di fuga ^^
http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/03/15/facetrix-revolution/
Condivido in pieno tutta la linea. Mi viene soltanto da dire che (probabilmente) nelle rivolte contadine del XVI secolo la stampa non ha avuto un ruolo così importante come quello che invece hanno avuto radio e cinema durante il Nazismo. Tuttavia, anche con questa piccola forzatura, il discorso regge e i paragoni sono estremamente azzeccati. Bel colpo.
A presto!
bel pezzo. ho letto con gusto l’articolo del newyorker, però. mi dilungo un attimo, scusate
sono di passaggio a ny dove devo studiare per qualche mese, e per uno dei corsi che faccio mi sono imbattuta nella realtà del web 2.0 negli usa, e ho notato che è una realtà diversa da come la intendiamo e la vivamo noi (europa o bacino del mediterraneo). a darmi questa impressione è anche vedere come la gente utilizza quali “dispositivi elettronici”, almeno in qst città. l’uso di supporti che vanno dallo smartphone alle tavolette ipad è molto più diffuso che da noi (mi riferisco alle due città che conosco meglio, venezia e parigi), e per ragioni principalmente legate all’estremizzato stile di vita da produttore/consumatore che conducono qui. mi spiego: una larga fetta della popolazione (borghesia media e borghesia alta, principale protagonista della scena di manhattan…) vive letteralmente “connessa”, produce (beni materiali o “intellettuali”), consuma ed organizza il consumo (quello che il tempo libero è diventato) attraverso social network e applicazioni, si relaziona con la città attraverso l’interfaccia digitale.
addirittura, a livello accademico (e anche qui ci sarebbe molto da dire..) qui si sta parlando di nuova alfabetizzazione: il web 2.0 viene considerato il nuovo alfabeto e contemporaneamente la nuova carta&penna, insomma, il nuovo medium, attraverso cui avere accesso alla conoscenza. già si studia come rivoluzionare (!) il sistema scolastico in vista di un’era digitale che, a quanto sembra, è già iniziata – le reti di informazioni che articolano il web e che gli studenti già usano fuori di scuola, devono diventare il principio di un accesso al sapere che sia interattivo e “autogestito”.
il tutto mi risulta fumoso e ambiguo. mi pare di trovarmi davanti all’ennesimo esempio di quel meccanismo per cui si generano beni non necessari che esistono PER e GRAZIE A un indotto che li rende necessari, contribuendo al totale rafforzamento dello status quo economico e sociale. in questo senso, tendo anche a leggere questa novità della nuova alfabetizzazione. tanto più, mi pare uno strumento che può essere volto ad un’addomesticazione della rete, ma ne so cosi poco che potrei star dicendo una gran cagata quindi lascio perdere
d’altra parte, però, riconoscere il potenziale didattico della rete e del flusso d’informazioni che la riempie equivale ad ammetter l’utilità pervasiva e fondamentale che il web sta avendo non tanto nella diffusione di twit, ma nella responsabilizzazione del pubblico (del@ singol@ internauta) rispetto all’accesso alle informazioni all’utilizzo da farne, per il bene proprio o di una causa, “nella lotta allo status quo”. quello che l’america teme, ragion per cui rende il web e i suoi accessori (iphone ipad pc ecc) delle commodities che forniscono servizi o servono cause individualiste. o, meglio, rende larga parte degli internauti fruitori di servizi e commodities.
da noi, dove il capitalismo è periferico e di crisi, non ci si può permettere il lusso di usare così la tecnologia più recente. in realtà ci fa pure cagare l’idea, perchè siamo precari e disoccupati o maloccupati e non ci interessa più troppo correre verso un modello fallimentare, come quello che qui a ny si stanno godendo (in sempre meno). morale: con internet rischio legami deboli sì, necessario poi fare le cose in massa e nel concreto sì, ma ci sarà una ragione se in nord africa ha avuto un certo peso, e in europa forse ce ne avrà (e già qualcosa si muove, sappiamo). solo che negli usa si fa prima (è più safe?) a dire che è inutile provarci, coi social network. forse hanno anche ragione, a questi stadi qui servirebbe ben altro.
(per capire perchè dico così: a proposito dell’articolo del nyorker e del movimento per i diritti civili, a tutt’oggi qui in america c’è un grosso dibattito sui risultati che questo movimento è riuscito ad ottenere o, meglio, sulle conseguenze che a lungo termine si sono mantenute dalle vittorie del movimento. questo dibattito è trasversale ad ambienti accademici e a realtà cittadine e di quartiere, dove la vita delle comunità afroamericane continua ad essere dettata da standard impari che per essere combattuti hanno ancora bisogno di politiche della serie quote rosa. peraltro, questi standad non sono necessariamente quelli a cui tutti aspirano per essere felici, e qui torna il problema dello status quo. un buon link per farsi un’idea di ciò: http://blackagendareport.com, esempio di media alternativo rispetto a quelli più usati qui -interessante è anche considerare che qui realtà di lotta/antagoniste sono le prime ad essere dubbiose sul net..la percezione è precisamente quella che i media dalla tv alla rete siano pervasi da un discorso maggioritario che li rende inoffensivi politcamente)
la chiarezza non è il mio forte, ma perchè sono le tre di notte. la morale mia è: più è povero il paese, meno internet è usato come piattaforma per fare affari, più internet può essere incisivo politicamente. ma spero che non sia vero il contrario. ciao e grazie per post + pazienza
@Eli:
prima di tutto grazie a te per esserti dilungata a commentare questo post e per l’interessante testimonianza di cui stai dando conto.
Riprendo e rifletto in ordine sparso.
Prima cosa: è vero che il mercato tecnologico funziona come una bolla speculativa per cui si producono bisogni e desideri a partire dalla necessità di vendere un prodotto. Anche qui in Italia, comunque, questa tendenza si avverte in modo chiaro: basta salire su un qualsiasi Freccia Rossa per notare quanti professionisti di mezza età ostentino il proprio tablet.
Tuttavia io sarei più portato a tracciare una differenza tra le pratiche sociali e le determinazioni economiche connesse allo sviluppo ed alla diffusione dei media.
Seconda cosa: sono perfettamente d’accordo con te quando individui un nesso tra lo sviluppo economico di un paese e l’uso sociale delle tecnologie di comunicazione 2.0. Certo non si tratta di una connessione automatica, ma quello a cui accenni è un quadro interpretativo di cui va tenuto conto.
Penso ad esempio, al diverso metro di giudizio che i media “istituzionali” hanno dispiegato per raccontare l’uso del web 2.0 nella primavera araba e nelle sommosse inglesi di quest’estate. Mi pare che, quanto più si faccia un uso conflittuale delle nuove tecnologie di comunicazione, tanto più il centro dell’Occidente percepisca quest’ultime come una minaccia. Si tratta soltanto di un’ipotesi, ma penso che abbia dei fondamenti…
Se volessimo trovare una ragione per considerare Internet davvero un’ innovazione tra le innovazioni forse è proprio per le modalità in cui questo ha “esteso” lo spazio sociale, creandone per la prima volta una riproduzione parallela.
Per usare le parole di McLuhan (mannaggia a lui che è morto nell’ 80
), a differenza dei media precedenti, quali la radio, che appunto estendevano e amplificavano il corpo sociale, Internet permette la creazione di un corpo completamente alternativo, distaccato e quasi indifferente da quello usuale.
Questa interpretazione a mio avviso si può fare sia a livello individuale che collettivo.
Nel primo risiede chiaramente ogni comportamento di alienazione caratteristica dei nuovi social network, la creazione di alias e nickname a nostro piacimento, e la costruzione di ciò che noi siamo all’ interno di questo nuovo mondo che è la Rete, che riproduce in tutto e (quasi) per tutto le dinamiche sociali “reali” (termine ambiguo).
Dall’ altro lato, per me il più interessante, Internet ha consentito al comune di manifestarsi in un modo senza precedenti, portando a risultati significativi anche nel campo della produzione.
Pensiamo a quella rivoluzione che è il Software Libero, fondato sui pilastri dell’ etica hacker e che sta dimostrando al mondo intero che il lavoro cooperativo può tranquillamente sorpassare la produzione capitalista, o ancora gli esempi di Wikipedia e altri mille progetti che molto difficilmente si sarebbero potuti realizzare nel mondo abituale, a causa in primo luogo dei costi delle materie prime (un software, tecnicamente parlando, si può considerare semplicemente un derivato del lavoro cognitivo), e soprattutto a causa della co-presenza nel mondo reale di un modello fondato sul profitto, che rende impossibile l’ instaurarsi di un nuovo sistema.
In questo senso dunque Internet è da considerarsi l’ innovazione delle innovazioni, perchè porta quella famosa operazione chirurgica di cui parlava McLuhan ad un punto di singolarità, che è la scissione del corpo naturale da quello “chirurgico”, con tutti gli effetti che ne conseguono.
Inutile ribadire, come i Ming hanno fatto più volte, che ogni azione compiuta dal fantomatico “Web” è in realtà da considerarsi volontà di una classe o di una componente sociale esistente, reale, e tangibile.
Se non sono stato abbastanza prolisso qui ho provato a dare maggiori argomentazioni:
http://www.liberarchia.net/blog/?p=736
Mi pare un piano di ragionamento altamente condivisibile. Aggiungerei anche che per una completa affermazione del comune le pratiche di rete dovrebbero trovare dei corrispettivi anche sul piano del reale. nel caso del lavoro nuove forme di mutualismo, lavoro in comune, ecc.
Certamente.
Anzi, direi che l’ osservazione di tali fenomeni sociali è interessante proprio nell’ ottica dell’ esportazione al mondo reale.
Un esempio già realizzato viene dal mondo dei brevetti, dove l’ idea della prima General Public License stallmaniana ha poi trovato applicazione grazie alle licenze Creative Commons dall’ editoria ad ogni campo della produzione (e ancora molto c’ è da fare).
Per quanto riguarda l’ esportazione delle forme di mutualismo è certo un problema arduo, ma il grande contribuito che ha dato Internet è dimostrare che non è impossibile.
E scusate se è poco